ISSN 2039-1676


6 aprile 2018 |

El Paso (Texas): il giudice non può ricorrere a scariche elettriche sull’imputato al solo fine di far rispettare il ‘decoro’ in aula (ma l’annullamento della sentenza pronunciata non è automatico)

Eighth Court of Appeals, El Paso, Texas, Morris vs. Texas, 28 febbraio 2018

Contributo pubblicato nel Fascicolo 4/2018

Per leggere il testo del provvedimento in commento, clicca in alto su "visualizza allegato". 

Ringraziamo Luigi Ferrarella, giornalista del Corriere della Sera, per avere segnalato l'incredibile quanto orribile vicenda oggetto della presente nota in occasione della V Giornata sulla Giustizia, in memoria di Guido Galli, svoltasi presso l'Università degli Studi di Milano il 19 marzo 2018 (G.L.G.).

 

1. La stun belt (letteralmente: ‘cintura stordente’) non può essere utilizzata su un imputato per far sì che obbedisca ai ‘capricci’ di un giudice, e i tribunali non sono ‘gabbie’ per esperimenti dove folgorare gli imputati affinché assumano il comportamento desiderato[1]. Pratiche del genere, lontane dal concetto di giustizia, si inquadrano piuttosto in quello di ‘barbarie’, offendendo proprio quella ‘dignità’ del processo che ogni giudice dovrebbe garantire e tutelare[2].

Con queste parole, in una recentissima sentenza, la Corte d’appello di El Paso prende le distanze dalla condotta tenuta da un giudice del medesimo distretto, che per la sua gravità non ha mancato di richiamare le attenzioni dell’opinione pubblica[3].

 

2. Stun belt’: che cos’è? Prima di illustrare la vicenda processuale ed il percorso argomentativo seguito dai giudici, ci sembra utile rispondere brevemente a questa domanda, richiamando alcuni passaggi della sentenza che, ricchi di riferimenti alla casistica giurisprudenziale statunitense, delineano le caratteristiche dello strumento che era stato fatto indossare all’imputato prima del processo e che, come si sarà già inteso, è stato impropriamente utilizzato dal tribunale.

Si tratta di un dispositivo di cui esistono diversi modelli: può infatti presentarsi in forma di banda elastica da avvolgere attorno alla vita di un soggetto, o di fascia da indossare attorno al polpaccio, ai polsi o alle caviglie[4]. Una volta fatto indossare è possibile controllarlo a distanza e, attraverso l’attivazione di un comando, è in grado di produrre scariche elettriche ad alto voltaggio (circa 50.000 volt) della durata di alcuni secondi[5].

Se utilizzata, la stun belt produce effetti assai afflittivi su chi la indossa. Il soggetto destinatario di una scarica elettrica rimane temporaneamente immobilizzato e, a causa dello shock, generalmente si inginocchia immediatamente al suolo, iniziando a muoversi in maniera convulsa. L’attivazione della stun belt può inoltre provocare defecazioni e minzioni involontarie; ancora, i dolori muscolari conseguenti alla scossa elettrica permangono per circa 30/45 minuti, mentre i lividi provocati dalle punte metalliche anche per qualche mese[6].

Oltre agli effetti sul fisico appena menzionati, alcuni studi hanno messo in luce come le scariche elettriche prodotte dalla stun belt siano altresì in grado di rallentare e pregiudicare in maniera significativa le capacità cognitive, comportando difficoltà di concentrazione, problemi di memoria e di comunicazione, nonché sensazioni di forte sopraffazione[7].

Infine, non devono essere sottovalutati gli importanti effetti di tipo psicologico che scaturiscono dall’uso della stun belt, effetti spesso propagandati in maniera positiva per via della loro efficacia ‘deterrente’, in grado cioè di neutralizzare eventuali comportamenti pericolosi da parte di chi la indossa ancor prima che la stesso venga attivata[8]. È evidente, infatti, che indossare un dispositivo in grado di produrre scariche elettriche di 50.000 volt può generare un profondo stato di ansia, instillando nel soggetto la paura di ricevere una dolorosa ed umiliante scossa elettrica per ogni proprio movimento percepito come ‘minaccioso’[9].

 

2. Così sintetizzate le caratteristiche della stun belt e i suoi principali effetti fisici, neurologici e psicologici, è ora il momento di illustrare in breve la vicenda processuale.

L’imputato, M., era stato processato per aver intrattenuto delle conversazioni di carattere ‘sessuale’ con J.C., figlia della sua ex compagna, all’epoca dei fatti quindicenne, nel corso delle quali l’aveva sollecitata ad inviargli delle foto che la ritraevano nuda (sul telefono dell’imputato, sequestrato dalla polizia, erano state ritrovate delle fotografie dei genitali della minorenne). 

Durante la prima udienza tenutasi davanti alla giuria, dopo la lettura dell’accusa, il giudice – come da rito – aveva chiesto all’imputato se intendesse dichiararsi colpevole o innocente. Questi, però, anziché rispondere, aveva reclamato la possibilità di esporre delle istanze di carattere processuale. In particolare, aveva manifestato l’intenzione di ricusare il giudice procedente, contro il quale affermava di avere una causa pendente[10].

A seguito di questa richiesta, il giudice aveva immediatamente invitato la giuria ad uscire dall’aula ove si svolgeva il processo.

Era quindi nata, fra il giudice e l’imputato, una discussione che, in breve, aveva acquistato toni sempre più serrati e accesi. Il primo ammoniva ripetutamente M. di tenere un comportamento adeguato e di limitarsi a rispondere alle domande che gli venivano poste, pena l’allontanamento dall’aula o l’attivazione della stun belt. Il secondo, dal canto suo, continuava a chiedere al giudice di pronunciarsi sull’istanza di ricusazione.

Non ottenendo la risposta desiderata alle proprie domande, il giudice, indispettito per il comportamento riluttante di M., che sovrapponeva la propria voce alla sua, aveva dato ordine all’ufficiale giudiziario di ‘colpire’ l’imputato con una scarica elettrica: «Hit him»[11].

Dopo questa prima ‘punizione’, era tornato a chiedere all’imputato se avesse finalmente intenzione di comportarsi adeguatamente («Are you going to behave?»[12]). Otteneva, però, soltanto le ostinate lamentele di M., che faceva presente al giudice di essere affetto da una malattia mentale e di essere in cura presso il Department of Mental Healt and Mental Retardation del Texas.

«Hit him again»[13] ordinava quindi il giudice, alle cui parole aveva fatto seguito la seconda scarica elettrica.

Ancora il grido dell’imputato, che si scagliava contro l’ingiustizia di quella ‘tortura’[14]; ancora le domande incalzanti e le raccomandazioni del giudice, puntualmente disattese da M.; infine l’ordine all’ufficiale giudiziario di procedere con la terza scarica elettrica: «Would you hit him again»[15].

A questo punto, perentorio, il giudice aveva ordinato a M. di limitarsi a rispondere alla sua domanda con un ‘sì’ o con un ‘no’. Anche quest’ordine era rimasto ignorato, sicché il giudice aveva disposto l’allontanamento fisico dell’imputato dall’aula, facendo verbalizzare che tale provvedimento si era reso necessario per via del suo comportamento renitente.

La giuria aveva quindi fatto nuovo ingresso in aula, ed era stato dato inizio all’istruttoria dibattimentale in assenza dell’imputato.

Dopo aver ascoltato alcuni testimoni, il giudice aveva chiesto all’avvocato di M. di verificare se lo stesso avesse intenzione di rientrare in aula. Il legale aveva però riferito che l’imputato preferiva continuare a non partecipare al processo, perché spaventato per quanto precedentemente accaduto. Così, M. non aveva fatto ingresso in aula neppure una volta terminata l’istruttoria.

Dopo la discussione, la giuria si era pronunciata nel senso della colpevolezza dell’imputato.

All’esito della fase del ‘sentencing’, anch’essa svoltasi in assenza dell’imputato, M. era stato condannato alla pena di 60 anni di reclusione.

Aveva quindi proposto appello contro la sentenza di primo grado, fondando l’impugnazione su alcuni motivi di carattere esclusivamente processuale, cioè senza contestare la ‘sufficienza legale’ del quadro probatorio posto a fondamento della sua condanna. In particolare (si tratta dell’unico motivo analizzato dalla Corte d’appello nella pronuncia in analisi), veniva censurato l’utilizzo che era stato fatto della stun belt, ritenuto illegittimo. Secondo l’imputato, il giudice, avendolo ripetutamente ‘folgorato’ solo per non aver risposto ad alcune domande, aveva leso il suo diritto ad essere processato secondo le regole del fair trial. Più precisamente, lamentava gli fosse stato negato il diritto di essere presente al processo, di interloquire con il proprio difensore, di partecipare attivamente alla propria difesa, di confrontarsi con i testimoni.

 

3. Per rispondere alle doglianze sollevate dall’imputato, la Corte d’appello ritiene di dover essenzialmente affrontare il seguente quesito: può la stun belt essere utilizzata per mantenere il ‘decoro’ in aula («to enforce decorum»), come aveva fatto il giudice di primo grado[16]?

La risposta della Corte è negativa.

Dalla lettura della sentenza si evince che gran parte delle Corti statunitensi tollerano oggi l’utilizzo della stun belt per motivi di sicurezza in presenza di determinate circostanze.

Un siffatto utilizzo di questo strumento non solo risulta generalmente accettato e considerato appropriato[17], ma è stato anche ritenuto ‘preferibile’ rispetto ad altri strumenti. Infatti, a differenza, ad esempio, delle manette, molti modelli di stun belt, dovendo essere indossati sotto i vestiti, e non essendo quindi visibili, risulterebbero meno pregiudizievoli per l’imputato, evitandogli il rischio di apparire ‘colpevole’ agli occhi della giuria[18].

Se, dunque, l’uso della stun belt per ragioni di sicurezza è per lo più ritenuto legittimo, lo stesso non può dirsi allorché si pretenda di ricorrere a tale strumento in nome della necessità di preservare l’ordine ed il ‘decoro’ in aula.

La Corte d’Appello di El Paso, rilevata l’assenza di precedenti giurisprudenziali su questo specifico punto, reagisce alla condotta ‘estrema ed oltraggiosa’ portata alla sua attenzione affermando che le preoccupazioni per il ‘decorum’ non possono essere considerate da sole sufficienti per infliggere all’imputato diverse scariche elettriche[19]. Piuttosto, tale dispositivo può essere fatto indossare solo in presenza di straordinarie circostanze che rendano attuale il pericolo di condotte violente o di fuga dell’imputato dall’aula, ed anche in queste ipotesi la sua effettiva attivazione non può che rappresentare l’extrema ratio[20]. Qualsiasi altro utilizzo deve pertanto considerarsi travalicante quella – pur ampia – discrezionalità riservata al giudice nell’esercizio delle proprie funzioni e nella gestione dello sviluppo del processo[21].

 

4. Per la Corte d’Appello di El Paso, dunque, il giudice di primo grado, utilizzando la stun belt al solo fine di dare una dimostrazione del proprio ‘potere’, aveva posto in essere una condotta in contrasto con i più basilari principi costituzionali che reggono il processo penale[22].

In particolare, la vicenda sopra descritta aveva leso il diritto dell’imputato ad essere presente ad ogni fase del processo, diritto garantito dal VI emendamento del Bill of Rights[23]. È però interessante chiarire in quali termini – a parere dei giudici della Corte d’appello – si era verificata tale lesione.

Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti[24], il diritto dell’imputato a presenziare al processo non è assoluto ed incondizionato, potendo essere compresso in presenza di determinati interessi statali. Fra questi, vi rientra anche l’esigenza di mantenere l’ordine ed il decoro in aula. Vale a dire che al giudice è consentito disporre l’allontanamento dell’imputato dall’aula anche allorché questi manifesti comportamenti irrispettosi degli avvertimenti a lui rivolti, e fino a quando non si dimostri intenzionato a tenere una condotta appropriata[25].

L’allontanamento di M. dall’aula poteva allora dirsi ‘legittimo’: egli aveva mancato di rispetto ai giudici, ostacolando il regolare svolgimento del procedimento. Valide ragioni, queste, per comprimere il suo diritto a presenziare al processo.

Ma se nel suo momento ‘genetico’ la compressione del diritto dell’imputato di presenziare al processo poteva dirsi sorretta da sufficienti motivi, al contrario il suo rifiuto di rientrare in aula, a seguito dell’invito del giudice, doveva ritenersi viziato.

Come aveva fatto sapere tramite il proprio difensore, M. si era infatti rifiutato di riprendere parte al processo perché profondamente spaventato per la condotta del giudice, e timoroso per ciò che gli sarebbe potuto accadere. La rinuncia al proprio diritto di presenziare al processo non era dunque volontaria (ciò che non avrebbe comportato alcuna violazione dei diritti costituzionalmente garantiti), come invece sosteneva lo Stato del Texas, bensì figlia della paura per il comportamento, illegittimo, del giudice, che nella prima parte dell’udienza gli aveva inflitto ingiustificate sofferenze fisiche. Trattandosi di «involuntary absence», ed essendo la stessa conseguenza di una condotta illegittima del giudice, era stato violato il diritto dell’imputato ad essere presente al processo.

 

5. Chiarito quale fosse la patologia (‘error’) che si era verificata nel giudizio di primo grado, la Corte d’appello passa ad esaminare se l’imputato possa dirsi ‘pregiudicato’ («legally harmed») al punto da doversi vedere riconosciuto l’annullamento dell’intera sentenza.

Pur nell’economia di questa breve scheda, sembra opportuno ricordare che nel sistema processuale statunitense, diversamente dall’ordinamento italiano, oggetto di appello può essere il solo errore di diritto (risultante dai verbali del trial), che, per determinare l’annullamento del giudizio, non deve risultare ‘innocuo’ (harmless)[26]. Nella valutazione del peso del ‘pregiudizio’ provocato da un vizio del processo, la giurisprudenza statunitense ricorre ad un approccio ‘multilivello’, utilizzando diversi standard a seconda del tipo di ‘error’ in questione.

Anzitutto, è necessario tenere distinte due macro-categorie: quella degli ‘structural errors’, e quella dei normali ‘trial errors[27]. Questi ultimi, a loro volta, ricomprendono sia i ‘constitutional errors’, sia – e si tratta di una categoria residuale – tutti quegli ‘errors’ che pregiudichino un substantial right (cfr. rule n. 44.2. Texas rules of appellate procedure).

Sono errori strutturali quelli che viziano il processo così profondamente da colpirne, appunto, la stessa struttura. La principale caratteristica di questo tipo di errori sta nel fatto che il loro verificarsi determina di per sé l’automatico annullamento della condanna (c.d. reversal), senza che sia necessaria alcuna valutazione, da parte del giudice d’appello, in ordine ai relativi effetti ed alle ricadute sull’esito del giudizio. Essi, pertanto, non possono mai ritenersi ‘innocui’. Secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, devono considerarsi ‘structural errors’ le seguenti violazioni: i) la totale assenza di un difensore; ii) l’assenza di imparzialità del giudice; iii) la presenza di discriminazioni nella composizione del grand jury; iv) il diniego del diritto all’autodifesa; v) l’assenza di pubblicità del trial; vi) il mancato rispetto della regola del ‘beyond a reasonable doubt’.

Al contrario, in presenza di un normale ‘trial error (‘non-structural error’), il giudice d’appello dovrà annullare la sentenza purché non risulti dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che quel vizio non ha in alcun modo contribuito alla condanna dell’imputato. In altre parole, la certezza che una determinata violazione, a prescindere dalla sua gravità, sia stata innocua (harmless), cioè ininfluente rispetto all’esito del giudizio, preclude l’annullamento della sentenza di condanna. In assenza di tale prova, invece, opererà una presunzione in favore del ‘reversal’ (annullamento della condanna). Nel condurre questa valutazione, le Corti d’appello statunitensi prendono in considerazione diversi fattori (non tassativi e calibrati su ogni singolo caso), fra cui, in particolare, la natura dell’errore, le sue probabili implicazioni, nonché il peso che potrebbe aver avuto nella formazione della decisione della giuria[28].

 

6. Per i giudici, si rende allora necessario comprendere in quale categoria di ‘vizi’ debba essere inquadrato l’uso illegittimo della stun belt verificatosi nel caso di specie.

L’analisi della Corte d’appello su questo specifico punto è assai rapida, e viene presentata come una ‘soluzione obbligata’. Secondo i giudici texani, l’uso illegittimo di scariche elettriche così violente da provocare nell’imputato la paura di presenziare al processo, dovrebbe essere considerato una violazione tanto grave da alterare la stessa struttura del trial (structural error), e, dunque, di per sé sufficiente a fondare l’annullamento della sentenza.

Nonostante questa convinzione, però, il giudicante ritiene di non essere legittimato a porla a fondamento della propria decisione. A tale ‘classificazione’ osta, infatti, quel diffuso orientamento giurisprudenziale secondo cui le Corti d’appello (intermediate appellate courts) non possono affermare l’esistenza di structural errors nuovi e diversi rispetto a quelli già individuati dalla Corte Suprema degli Stati Uniti[29] (sopra richiamati, §5). E poiché quest’ultima non ha mai affrontato casi analoghi a quello in esame, la violazione de qua non può che essere trattata alla stregua di un (non-structural) constitutional error. Come tale, essa deve essere ‘pesata’ dai giudici, in quanto – sembra utile ripeterlo – se fosse considerata ‘innocua’, cioè ininfluente rispetto al verdetto, l’appello dovrebbe essere rigettato e la sentenza di condanna confermata.

 

7. La Corte d’appello di El Paso si trova allora a dover stabilire se l’utilizzo della stun belt nelle modalità sopra descritte potesse, in concreto, definirsi ‘harmless’ oltre ogni ragionevole dubbio.

Gli argomenti formulati dallo Stato del Texas ‘a difesa’ della sentenza di condanna, e con cui i giudici di secondo grado si sono dovuti confrontare, sono essenzialmente due. Da una parte si afferma che la condotta del giudice – pur ritenuta riprovevole – si era tenuta in assenza della giuria, e pertanto non avrebbe potuto condizionarne il verdetto. Dall’altra si sostiene che, in ogni caso, l’imputato, anche se avesse partecipato al processo, non avrebbe potuto in alcun modo ottenere un diverso esito del giudizio, dati il numero e la consistenza delle prove a suo carico[30].

Pur superando entrambi gli argomenti, e giungendo ad accogliere l’impugnazione, i giudici texani lasciano tuttavia trasparire qualche esitazione nell’affermare che il trial error in questione potesse aver effettivamente condizionato l’esito del giudizio. Ciò in quanto neppure l’imputato aveva contestato, in sede di appello, la ‘sufficienza legale’ delle prove utilizzate per il verdetto, e la sua difesa, a fronte della consistenza dell’accusa, era apparsa piuttosto evanescente[31].

Nonostante ciò, come si è detto, la Corte d’appello annulla la sentenza impugnata, ritenendo non si possa affermare, secondo il canone dell’oltre ogni ragionevole dubbio, che la violazione accertata non avesse condizionato il verdetto. A nulla rileva, a tal proposito, il fatto che la giuria non avesse assistito all’utilizzo dello stun belt; piuttosto, risulta decisivo il fatto che, al proprio rientro, e per tutta la durata del giudizio di primo grado, i giurati non avevano più visto l’imputato in aula. L’assenza dell’imputato, si afferma, non può ritenersi un elemento di scarso valore nella formazione del giudizio della giuria, e ciò è ancor più vero quando essa sia percepita quale conseguenza di un comportamento inadeguato dello stesso. Si tratta di un dato dagli effetti quasi ‘intangibili’, difficilmente valutabili; come tale, non può che aprire la strada alla presunzione che gioca in favore del ‘reversal’.

 

***

 

8. Non è il signor M. il vero imputato nel giudizio di appello conclusosi con il provvedimento appena esaminato; ‘alla sbarra’ vi è piuttosto la condotta del giudice di primo grado. La Corte d’appello la condanna con fermezza, attraverso le parole già richiamate all’inizio di questa scheda (§1).

Sono espressioni forti e decise, ma comunque in grado di disorientare il lettore, sembrando ovvie e superflue. Riecheggiano e fanno i conti con antiche logiche inquisitorie, e stupisce che siano risultate necessarie, per una Corte d’appello statunitense, al fine di fissare un precedente giurisprudenziale sul punto.

È noto come il sistema processuale statunitense sia improntato ad un modello ‘pragmatico’, che ripone ampia fiducia nel sistema giudiziario[32]; ne è espressione anche la grande discrezionalità riconosciuta ai giudici nella gestione del processo al fine di salvaguardarne il corretto svolgimento[33].

La vicenda de qua, pur rappresentando – sembrerebbe[34] – un episodio isolato, dimostra però che ammettere l’uso di strumenti incredibilmente potenti ed afflittivi come la stun belt porti con sé un ineliminabile rischio di ‘abuso’, in grado di scalfire irrimediabilmente l’equilibrio cui dovrebbe essere ispirato il modello accusatorio. Preoccupazioni, queste, che peraltro non sono sconosciute al panorama giurisprudenziale statunitense: di esse si è fatta carico la Corte Suprema dello Stato dell’Indiana, vietando qualsiasi utilizzo della stun belt nelle aule di giustizia[35].

Al di là della gravità dell’episodio, desta interesse anche il percorso argomentativo lungo il quale si sono dovuti destreggiare i giudici. Come si è messo in luce, l’annullamento della sentenza ruota – quanto meno formalmente – attorno alla lesione del diritto di partecipare al processo, e non, semplicemente, alla negazione di un processo dignitoso, di un vero ‘fair trial’. Ancora, le regole che governano il sistema delle impugnazioni hanno imposto una valutazione del ‘peso’ di tale lesione, della sua incidenza sul verdetto di colpevolezza. Un approccio, insomma, che potrebbe apparire cinicamente formalistico, di fronte ad una tanto grave violazione dei diritti dell’imputato. Senonché, da più passaggi motivazionali della sentenza[36] sembra trasparire come – in realtà – la vera ragione del reversal debba essere rinvenuta proprio nella gravità della condotta posta in essere dal giudice, e non tanto nella potenziale influenza – sulla decisione presa dalla giuria – dell’illegittima assenza dell’imputato dall’aula.

 


[1] Cfr. p. 42 della sentenza in esame: «A stun belt is a device meant to ensure physical safety; it is not an operant conditioning collar meant to punish a defendant until he obeys a judge’s whim. This Court cannot sit idly by and say nothing when a judge turns a court of law into a Skinner Box, electrocuting a defendant until he provides the judge with behaviour he likes».

[2] Cfr. p. 27 della sentenza: «We must speak out against it, lest we allow practices like these to affront the very dignity of the proceedings we seek to protect and lead our courts to drift from justice into barbarism».

[3] La notizia è stata riportata da diverse note testate giornalistiche telematiche, tra cui The Washington Post, The New York Times, The Guardian.

[4] Cfr. p. 12 e 13 della sentenza. L’imputato aveva descritto lo stun belt applicatogli definendolo «shock rag» e «shock collar on my ankle», cfr. p. 3 della sentenza.

[5] Cfr. p. 13 della sentenza.

[6] Cfr. p. 13 della sentenza.

[7] Cfr. pp. 14 e 15 della sentenza.

[8] Cfr. p. 14 della sentenza: «the psychological effects were an early selling point in support of the technology […]. Stun-Tech REACT belts were initially marketed as giving law enforcement officials ‘total psychological supremacy… of potentially troublesome prisoners’».

[9] Cfr. p. 14 della sentenza, che richiama United States v. Durham, 287 F.3d 1297, 1305 (11th Circ. 2002): «the fear of receveing a painful and humiliating shock for any gesture that could be perceived as threatening likely chills a defendant’s inclination to make any movements during trial, including those movements necessary for effective communication with counsel».

[10] Cfr. p. 4 della sentenza.

[11] Cfr. p. 5 della sentenza

[12] Cfr. p. 5 della sentenza.

[13] Cfr. p. 5 della sentenza.

[14] «You’re torturing an MHMR client. I have agoraphobia. I’m under medication», cfr. p. 5 della sentenza.

[15] Cfr. p. 6 della sentenza.

[16] Per completezza, è opportuno segnalare che il giudice, rientrato in aula dopo una sospensione dell’udienza, aveva fatto trascrivere nel verbale che l’uso dello stun belt sull’imputato si era reso necessario anche per motivi di ‘sicurezza’, cioè per tutelare tutti i soggetti presenti dal comportamento di M., sempre più minaccioso (cfr. p. 9 della sentenza).

Secondo i giudici di appello, tuttavia, dagli atti risulta evidente come tale giustificazione ‘tardiva’ fosse pretestuosa e priva di qualsiasi riscontro. In altre parole, il giudice di primo grado, resosi conto dell’illegittimità della propria condotta, aveva successivamente cercato di porvi rimedio, giustificandola con asserite esigenze di tutela della sicurezza, che, tuttavia, risultavano pienamente smentite dalle affermazioni da lui rese contestualmente all’utilizzo dello stun belt, nonché dal complessivo tenore della discussione avuta con l’imputato (cfr. p. 32 della sentenza).

[17] Cfr. p. 15 della sentenza: «A trial court’s use of stun belt to maintain courtroom security under certain circumstances is nearly universally accepted as appropriate».

[18] Cfr. p. 15 della sentenza: «Indeed, courts have observed that placing a defendant in a stun belt likely prejudices the defendant less in the eyes of the jury than having the defendant appear in shackles, as many stun belts – worn under clothing – are virtually invisible to jurors».

[19] Cfr. p. 18 della sentenza: «Given the lack of state-specific case law on this point, given the persuasive rationales advanced by out-of-jurisdiction court, and given the trial court’s extreme and outrageous conduct here, we hold that decorum concerns alone are not enough to justify shocking a defendant multiple times, even outside the presence of the jury».

[20] Cfr. p. 26 della sentenza: «[…] the mere outfitting of a defendant of a stun belt must be necessitated by legitimate courtroom security or risk of flight concerns – and even then, it must only be used as a last resort».

[21] Cfr. p. 28 della sentenza «We hold that stun belt may be actually deployed only in extraordinary circumstances when immediate security concerns or flight risk justify use. We further hold that the use of stun belts for other purposes, such as method to enforce decorum or as a punishment for a defendant’s obstreperous conduct, is constitutionally prohibited and falls outside the wide discretionary penumbra for courtroom management set by Allen».

[22] Cfr. p. 2 della sentenza.

[23] Cfr. p. 19 della sentenza: «The Sixth Amendment’s Confrontation Clause protects a cluster of rights for criminal defendants, including the right to be presenta at every stage of trial».

[24] Il riferimento è, in particolare, alla sentenza Illinois v. Allen, ampiamente richiamata a pp. 24 ss. della sentenza.

[25] Cfr. p. 26 della sentenza: «A defendant can lose his right to be present at trial if, after he has been warned by the judge that he will be removed if he continues his disruptive behavior, he nevertheless insists on conducting himself in a manner so disorderly, disruptive, and disrespectful of the court that his trial cannot be carried on with him in the courtroom».

[26] Per una panoramica sul punto cfr. M. Griffo, Il processo penale nel sistema statunitense. Spunti comparativi, collana Quaderni de ‘Il Foro napoletano’, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2015, pp. 99 ss.

[27] Cfr. pp. 36 e 37 della sentenza.

[28] Cfr. p. 39 della sentenza.

[29] Cfr. p. 38 della sentenza.

[30] Cfr. p. 41 della sentenza.

[31] Cfr. p. 41 della sentenza: «We are also deeply hesitant to overturn a guilty verdict when even Morris himself does not contest legal sufficiency, particularly in a case involving a sex crime and a minor. […] We cannot argue with the State  that Morris’ defense, in light of the evidence as a whole, rings somewhat hollow».

[32] Cfr. M. Griffo, Il processo penale nel sistema statunitense…, cit., p. 17.

[33] Sul punto cfr. la giurisprudenza (in particolare ‘Illinois v. Allen’) richiamata a pp. 24 ss. della sentenza.

[34] Cfr. p. 27 della sentenza: «Never before have we seen any behavior like this, nor do we hope to ever see such behavior again».

[35] Cfr. Indiana Supreme Court, Wrinkles v. State, 749 N.E. 2d 1179, 2001.

[36] Cfr., ad esempio, p. 21, con riguardo alla parte finale dell’opinion; p. 41, dove si dà atto della forza dimostrativa delle prove a carico dell’imputato; p. 38, dove la Corte afferma che violazioni così gravi andrebbero considerate structural errors; p. 42: «…given the importance of the right that was violated and the pervasive manner in which it was violated…»; v. anche l’intero summary, sempre a p. 42.