DPC | Rapporto annuale della Commissione Interamericana per i Diritti Umani ...

ISSN 2039-1676


1 luglio 2014 |

Rapporto annuale della Commissione Interamericana per i Diritti Umani per l'anno 2013

 

Per consultare il rapporto della Commissione interamericana per i diritti umani oggetto del commento, reperibile sul sito ufficiale dell'Organisation of American State, clicca qui.

Para visualizar el texto en español del comentario de Agustina Patricia Alvarado Urízar, cliquear aquí.

 

1. In data 23 aprile 2014, è stata pubblicata dalla Commissione interamericana per i diritti umani (da ora in avanti, CIDU) il rapporto annuale relativo all'anno 2013. Il rapporto si compone di un capitolo introduttivo, sei capitoli e quattro allegati. Si tratta di un documento di grande rilevanza perchè dà conto dell'attuale stato di tutela e garanzia dei diritti umani nel continente americano.

Dalla relazione emergono interessanti spunti di riflessione che possono avere rilevanza anche negli Stati non appartenenti all'area di giurisdizione della CIDU. Infatti - pur nel diverso contesto sociale e politico che caratterizza ciascuno Stato - la violazione dei diritti fondamentali dell'uomo è diffusa in tutto il mondo e trascende i concetti di "nuovo" e "vecchio" continente. I cittadini europei non devono considerarsi estranei a quanto accade nel continente americano, ma devono prendere consapevolezza che anche in Stati che si dicono democratici sono in atto gravi violazioni dei diritti umani. La violazione dei diritti dell'uomo non può, infatti, considerarsi un problema dei soli paesi "politicamente instabili".

 

2. Per quanto concerne i temi di interesse penalistico, è opportuno richiamare l'attenzione sul contenuto del capitolo introduttivo e dei capitoli I e IV del rapporto[1].

Nel capitolo introduttivo (clicca qui per scaricare il testo), la CIDU mette in luce i progressi ottenuti, nell'arco del 2013, nella tutela dei diritti umani nell'intero continente americano. Nel capitolo I (clicca qui per scaricare il testo), invece, si fa riferimento alle attività che la Commissione ha posto in essere, nello stesso periodo, per far fronte alle situazioni di violazione più allarmanti che si sono presentate in alcuni Paesi in particolare. Nel capitolo IV (clicca qui per scaricare il testo) la relazione focalizza l'attenzione sulle violazioni avvenute in tre specifici Stati: Cuba (clicca qui), Venezuela (clicca qui) e Honduras (clicca qui) [2].

 

3. Partendo dagli aspetti di criticità, dalla lettura della relazione emerge la situazione di persecuzione nei confronti degli attivisti dei diritti umani, che spesso si traduce in frequenti minacce o addirittura nella commissione di omicidi. In molti casi gli Stati tendono a criminalizzare la stessa attività di difesa dei diritti umani. Non si può non evidenziare la violenza con cui le forze di polizia reprimono le proteste sociali delle popolazioni in diversi Stati membri, con grave pregiudizio del diritto alla libertà di espressione, sia dei cittadini che dei giornalisti, ai quali non è consentito il diritto di cronaca rispetto a questi avvenimenti.

La stampa, inoltre, versa in una situazione di sostanziale monopolio, dove la proprietà dei mezzi di comunicazione è appannaggio di poche persone, sotto il controllo delle autorità governative.

In diversi Stati del continente, si evidenzia un aumento della discriminazione razziale e di genere, a cui si aggiunge la negazione del diritto alla terra dei popoli indigeni, con grave nocumento della loro integrità física e culturale.

Si segnala altresì la grave situazione dei detenuti: l'eccessivo utilizzo della misura della custodia cautelare in carcere, la detenzione in stato di isolamento, le gravi condizioni di detenzione in atto nello Stato di Cuba e nella base navale americana di Guantanamo.

Questo contesto è aggravato dalla crisi del potere giudiziario, il quale non gode della necessaria indipendenza ed imparzialità (i giudici e i pubblici ministeri non sono inamovibili). Tutto ciò determina una sfiducia dei cittadini nell'acesso alla giustizia, in un clima di assoluta insicurezza che lo Stato spesso risolve con la militarizzazione delle forze di polizia.

Per quanto concerne il profilo relativo agli ordinamenti giuridici degli Stati membri, tratto comune a diversi Paesi è la tendenza all'abuso nell'utilizzo del diritto penale, attraverso il mantenimento, la creazione o la proliferazione delle fattispecie riconducibili al c.d. "diritto penale d'autore" e il ricorso a reati di pericolo. Molti ordinamenti sono caratterizzati da un procedimento penale sommario, carente di garanzie, sia procedurali che sostanziali, che, in alcuni casi, contempla la pena di morte.

Molte delle criticità evidenziate possono essere rilevate, seppur con diversa intensità, anche negli Stati caratterizzati da un sistema politico "stabile" come il Cile o l'Argentina. Anche in questi ordinamenti si registra una fuga verso il diritto penale, considerato facile meccanismo di soluzione di problemi strutturali, come quelli legati alla povertà, alla salute e alla educazione. Troppo spesso il diritto penale è utilizzato come slogan da tutti i partiti politici, con il consenso della maggioranza dei cittadini.

 

4. Tra gli aspetti positivi che emergono dal rapporto, la CIDU si dice soddisfatta della recente riforma costituzionale messicana del 2011, che ha riconosciuto ai trattati internazionali ratificati dal Messico in materia di diritti umani il rango di fonte costituzionale. Il Messico ha inoltre introdotto spressamente nella Costituzione l'obbligo di prevenire, sanzionare e riparare le violazioni dei diritti dell'uomo. Particolarmente lodevole è poi il tentativo della Suprema Corte di Giustizia messicana di sensibilizzare i magistrati federali all'applicazione di questa riforma nei propri provvedimenti.

Sempre per quanto attiene agli aspetti postivi, la CIDU ha ritenuto apprezzabile la riforma costituzionale del 2010 della Repubblica Dominicana, che ha incorporato nel diritto interno - sempre a livello costituzionale - tutte le fonti internazionali in materia di diritti dell'uomo.

Il rafforzamento della regolamentazione interna, attraverso l'inserimento nelle costituzioni nazionali della disciplina di fonte pattizia, sembra essere la strada da seguire. In questo modo, infatti, si rendono maggiormente incisivi i diritti riconosciuti nelle carte internazionali, garantendone un effettivo riconoscimento anche negli ordinamenti interni. Tanto è vero che la CIDU, in relazione alla denuncia presentata da Trinidad e Tobago nel maggio del 1999 e dal Venezuela nel settembre del 2013, espressamente ha affermato: "quando uno Stato ha ratificato un trattato internazionale come la Convenzione Americana, i suoi giudici sono sottoposti anche ad essa, costringedoli a dare applicazione alla Convenzione, non diminuendo o anullando i suoi effetti utili, nonostante la presenza di leggi interne contrarie alle sue disposizioni, oggetti e fini. In altre parole, gli organi del potere giudiziario devono esercitare non soltanto un controllo di costituzionalità, ma anche, ex officio, un controllo "di convenzionalità" delle leggi interne con la Convezione Americana, nell'ambito delle respettive competenze e delle corrispondenti regole procedurali".

La relazione tuttavia non svolge alcuna indagine volta a verificare se "in concreto" i giudici degli Stati che hanno riconosciuto alla convenzione il rango di fonte costituzionale hanno dato effetiva applicazione alla stessa, tutelando i diritti fondamentali dell'uomo consacrati nei trattati internazionali. Nè pone in evidenza quale sia la diversità in punto di tutela dei diritti umani, tra gli Stati che hanno recepito la convenzione nel diritto interno e gli Stati che non lo hanno fatto.

 


[1] Per quanto concerne le altre parti della relazione, segnaliamo che nel capitolo II (intitolato "Sistema di domande e casi individuali" - clicca qui per accedere alle diverse sezioni del capitolo), sono riportati dati statistici e altre informazioni relative allo stato di attuazione della Convenzione in Belize, Brasile, Colombia, Guatemala, Haiti, Salvador, Giamaica, Messico, Repubblica Dominicana, Stati Uniti (in relazione all'applicazione della pena di morte e alla situazione di Guantanamo), Honduras e Cuba (questi ultimi essenzialmente per questioni di persecuzione politica). Nel capitolo III (clicca qui per scaricare il testo) sono descritte le attività svolte dai rapresentanti della CIDU ("relatores") nei diversi paesi membri volte alla promozione del rispeto dei diritti umani nei seguenti ambiti: tutela dei diritti dei popoli indigini, dei diritti delle donne, dei diritti dei migranti, dei diritti dei bambini e sull'attività svolta dai soggetti impegnati nella tutela dei diritti dell'uomo. Nel capitolo V (clicca qui per scaricare il testo) sono contenute le valutazioni in ordine allo stato di attuazione delle raccomandazioni formulate dalla CIDUnell'anno precedente rispetto ad alcuni paesi oggetto di osservazione. Infine, il capitolo VI (clicca qui per scaricare il testo) affronta i temi dello sviluppo istituzionale e altre questioni amministrative.

[2] Tale scelta è stata effettuata sulla base di quattro criteri specifici (che risalgono al 1966) che hanno lo scopo di individuare gli Stati membri dell'OSA (Organizzazione di Stati Americani) le cui pratiche in materia di diritti umani meritano particolare attenzione da parte della Commissione. Nel 1997, la Commissione ha aggiunto un quinto criterio da applicare (vedi pagina 372).